Accade a volte nella vita di una nazione, se è lecito al proposito parafrasare il Gadda di ‘Eros e Priapo’, che ”un cupo e scempio Eros” prevalga ‘’sui motivi di Logos”. E ancor peggio: di come pure Eros finisca per voltarsi in Priapo, copra cioè lo spazio che passa da giovane potenza creatrice, per quanto un po’ ottusa, a libidine senescente, oscena, puramente teatrale e perciò sterile.

A pensarci bene è forse questo l’aspetto che prima balza agli occhi leggendo ‘Il piombo e la celtica’, ultimo atto della trilogia (dopo i precedenti lavori ‘La fiamma e la celtica’ e ‘Il sangue e la celtica’) che il giornalista del Tg2 Nicola Rao ha dedicato all’estrema destra, quella politica e quella armata, del dopoguerra.

Il sogno allucinato di quanti tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta parlavano di rivoluzione nazionale, pensando di poterla fare insieme ai colonnelli, a qualche barba finta e ai settori più reazionari del potere economico era ancora un sogno politico intimamente incoerente, ispirato solo dallo spettro comunista aggirantesi- comme il faut- per l’Europa, ma all’interno di un solco politico e culturale, il Logos appunto, ben presente nella storia continentale.

A un certo punto tutto questo, quasi di colpo, non esiste più ed è da allora, più o meno alla metà degli anni Settanta, che riprende il racconto interrotto da Rao nel suo libro precedente:chi cerchi una logica a quel che legge che non stia nelle ragioni personali, le più disparate peraltro, di chi agisce non riuscirà a trovarla, chi cerchi politica ancor meno, sempre meno con lo scorrere degli eventi. L’impulso che spinge le nuove leve della destra armata, in odio ai ‘tramoni’ delle generazioni precedenti, allo scontro frontale e omicida con la realtà è un atto di ribellione tanto disperato quanto stupido, eppure creativo nel momento in cui sceglie come obiettivo in primo luogo se stesso, la propria storia. E’ Eros. E’ il momento, dopo i fasti più sanguinari dell’antifascismo militante e modaiolo, in cui comincia l’incubazione di quella piccola tribù che diventeranno i Nar e, accanto a loro, spesso insieme a loro, il gruppo di via Siena e l’ultimo rivolo ‘politico’ rappresentato da Terza Posizione.

Nel racconto di Rao si susseguono un po’ a casaccio- ma accaddero a casaccio- violenze di strada, sparatorie, omicidi, ’salti al bancone’ (rapine in banca), vendette per strada e in carcere in un susseguirsi psicotico in cui basta un sospetto, un ’si dice’, il venticello della calunnia a scatenare l’assassinio, non di rado nel corpo della persona sbagliata. Non è mai chiaro in questa soria perchè e a quale fine le cose accadono. Francesca Mambro, riferendosi al massacro del capitano Francesco Straullu e del suo autista, spiega:”Ormai io andavo avanti più che altro per mostrare a Valerio e agli altri che erano dentro che non ci eravamo dimenticati di loro, che eravamo ancora forti. Certe cose, in realtà, le abbiamo fatte più per questo che per altro”. Messa così, non è un caso che quella storia si sia conclusa in un vortice di pentimenti spesso poco attendibili e quasi mai disinteressati.

Il momento creativo di quella violenza, peraltro, durò solo un attimo, forse quello prima del primo sparo: in un mattino Eros si era già voltato in Priapo. Il mucchio selvaggio però perdura, osceno e intollerabile, per qualche anno: il tempo di portare a perdersi altri ‘pischelli’ e nella bara altre vittime. Fino alla sparatoria e ai morti insensati di Alessandria (1985), fino alle rapine degli anni ‘90 che ‘Il piombo e la celtica’ sfiora con l’appendice dedicata alla morte di Elio Di Scala, Kapplerino. Una corsa all’ombra di Priapo. E’ una metafora, certo. ma è anche larga parte della storia umana.

Marco Palombi, ‘Il Foglio’ del 30-10-2009

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