ROMA NERA A MANO ARMATA, IL  LIBRO DI RAO

È una sorta di “romanzo criminale”, tutto al nero, e a base di deliri ideologico-generazionali, annegati in troppo sangue. È una storia essenzialmente romana, e alcune foto tratte anche dall’archivio del Messaggero come quella che ritrae Fabrizio Zani, personaggio centrale nella vicenda dell’estremismo di destra degli anni ’70 e ’80 rendono ancora più terribilmente accattivante il nuovo libro di Nicola Rao. S’intitola Il piombo e la celtica, esce martedì prossimo per Sperling&Kupfer (482 pagine, 18 euro) ed è opera di un ottimo giornalista del Tg2, che conosce millimetro per millimetro la storia del terrorismo nero.
Si narra della nascita dei Nar, delle loro azioni e dell’insieme dell’estremismo di destra in armi, e la scrittura del tutto ha un forte ritmo giornalistico. Diventa cronaca forsennata di abbagli e di tragedie, di spari e di retate, di fughe e di tentativi di dare un senso all’irrazionale, ma finisce per dare a Il piombo e la celticaanche lo status di un vero e proprio saggio di storia di “lunga durata”. Che s’inserisce nel solco di altre due opere di Rao. Prima La fiamma e la celtica, che narrava gli aspetti politici e culturali del neofascismo. Poi Il sangue e la celtica, che fra gli anni ’60 e i primi ’70 ripercorreva lo stragismo e il golpismo. E ora Il piombo e la celtica, in cui si muovono i nuovi terroristi neri mettendo a ferro e fuoco insieme ai dirimpettai dell’estremismo di sinistra una Roma che è quella descritta dalla cartina impressionante con cui si apre questo volume di Rao. Una freccia ti porta a via Ottaviano, in Prati, e leggi: «28 febbraio ’75, morte di Mikis Mantakas». Altra freccia, su Balduina: «30 settembre ’77, morte di Walter Rossi». Quartiere Trieste: «28 maggio ’80, assalto dei Nar ai poliziotti di pattuglia davanti al liceo Giulio Cesare» (insomma, uccisione di «Serpico»). Appio-Tuscolano: «7 gennaio ’78, strage di Acca Larentia». E via così. Le morti dei neri, le morti dei rossi, le morti di giudici come Occorsio o come Amato a Montesacro e la scena di questo assassinio, così come molte altre, è montata da Rao con tecnica cinematografica o da telegiornalismo d’inchiesta e da «Notte della Repubblica».
Ma il rigore del racconto, la sequenza delle imprese di Giusva Fioravanti, della Mambro e dei loro sodali, l’uso dei testimoni e delle parole dei protagonisti anche quelle scritte come nel caso della bellissima lettera inviata a Rao da Roberto Nistri (uno dei leader dell’estremismo nero di quegli anni), non scadono mai nel grand guignol o nell’amarcord a buon mercato (del tipo: indimenticabili quegli anni….) che anima molti libri di ricostruzione della violenza politica inscenata dalla “peggio gioventù”. Quella dei tempi in cui e non c’è niente su cui fare oleografia e certo non la fa Rao - i Nar così scrivevano per incitare i pischelli allo spontaneismo armato: «Armi e soldi sono per le strade. E basta anche un coltello per cominciare». Ma si passò presto alle pistole. E la sede del Fuan di via Siena diventa una sorta di culla dell’escalation armata. Per rispondere colpo su colpo alla caccia al fascista che dilaga nelle scuole e ovunque, ma poi più in generale è «il sistema» a fungere da bersaglio dei Nar. Fino a quella che Rao definisce «la strage delle stragi»: insomma, stazione di Bologna, 2 agosto ’80.
È la Banalità del Male espressione di Hannah Arendt adattabilissima, fatte le dovute proporzioni, a queste vicende di sangue che trasuda dalle gesta degli anti-eroi muniti di piombo e celtica. Uno di loro parla così e fotografa in poche righe un’epoca: «Un giorno facevi la cosa più normale del mondo e il giorno dopo andavi a sparare a qualcuno. La mattina magari andavamo a un seminario politico e poi, tornando, facevamo un attentato. Se ci ripenso, era una cosa allucinante». In una città, Roma, territorio di guerra, sfigurata e irriconoscibile sotto il peso di queste vicende. Che ancora sembrano incise, col timbro del dolore, nel paesaggio che abitiamo quotidianamente. Conclude Rao: «Una storia unica, incredibile, inimmaginabile. Una storia che, speriamo, non si ripeta mai più».
Mario Ajello, ‘Il Messaggero’ del 26-09-2009

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8 risposte a QUESTA L’OPINIONE DI MARIO AJELLO, PENNA PRINCIPE DE ‘IL MESSAGGERO’ SU ‘IL PIOMBO E LA CELTICA’

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  1. A. R.

    Ho sfogliato stamane “IL PIOMBO E LA CELTICA”. Ad un primo nonchè superficiale sguardo parrebbe il più interessante tra i volumi della “trilogia”. Buone le illustrazioni e molto suggestiva la copertina.

    13:27, Commento
  2. Nicola

    Grazie per l’apprezzamento ‘iconografico’. Attendo altri commenti sul contenuto.

    10:21, Commento
  3. L’ho appena finito (in quanto giornalista l’ho avuto prima e per questo ringrazio l’efficiente ufficio stampa della Sperling). Che dire…Purtroppo ( o per fortuna visti i tristi avvenimenti trattati) la trilogia è finita. Complimenti Nicola
    Saluti

    09:54, Commento
  4. Nicola

    Grazie Marco

    10:58, Commento
  5. Marco

    Ciao Nicola
    Sono previsti incontri pubblici per presentare il libro?
    Grazie
    Marco

    11:49, Commento
  6. Nicola

    Ciao Marco, si, qualche presentazione è già in cantiere,ma tu di dove sei?

    09:59, Commento
  7. Marco

    Io lavoro a Verona ma vivo a Trento: quindi posso venire ad assistere ad un tuo incontro, diciamo, tra nord est e Brescia…

    11:07, Commento
  8. Nicola

    Credo che ci sarà una presentazione a Verona, ma ancora non conosco la data. Comunque qui sul sito inserirò date e luoghi delle presentazioni, quindi quando sarà stata fissata lo verrai a sapere

    12:45, Commento

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