Il sangue e la celtica”, una storia armata del neofascismo

copj13.jpgDi Gerardo Picardo

 In copertina ci sono tre topi neri e una bomba. Sono in un labirinto e rappresentano i neofascisti usciti dalle fogne, ma l’ordigno non è in mano ai topolini. Anche i sorci sono particolari: uno è perplesso, l’altro ha in mano un’ascia bipenne, simbolo di Ordine Nuovo, ma con le stragi non ha niente a che fare; il terzo topo nero, invece, ha il bavero alzato. Forse uno zampino in quella polvere che fa morti l’ha messo, oppure sa qualcosa, come Carlo Digilio e Guido Giannettini. A raccontare le stragi che hanno insanguinato l’Italia tra il Sessanta e il Settanta è Il sangue e la celtica (Sperling &Kupfer, pp. 460, euro 18), il nuovo libro di Nicola Rao, giornalista parlamentare del Tg2.

Una storia armata del neofascismo che va dal tentativo mai riuscito di vendicare Piazzale Loreto eliminando Walter Audisio, ovvero il ‘colonnello Valerio’ che uccise il Duce, ai baglioni della ‘Legione Nera’, fino ai nuovi leader della destra eversiva, veloci di testa e di grilletto: Mario Tuti e Pierluigi Concutelli. La loro coerenza sulla piazza nera è contrapposta ai deliri di Angelo Izzo e agli ‘infami’ di volta in volta strangolati nelle carceri.

Ma in queste pagine c’è anche la vicenda del movimento milanese Ordine Nero, partito come ‘’un cazzeggio’’ e poi rivelatosi un’operazione di marketing per dimostrare che i fascisti stanno con il popolo. E’ l’irriducibile Fabrizio Zani, uno dei fondatori di ‘On’, che tira fuori le sue verita’, ricostruendo gli attentati dinamitardi avvenuti nel 1974.
C’è anche la caccia al boia di Oderzo, quell’Adriano Venezian che Paolo Signorelli inchioda a suon di pugni a un lampione di Piazza Cavour, lasciando sul terreno davanti al Palazzaccio anche gli avvocati del ‘Biondo’, imputato del massacro dei fascisti ad opera dei partigiani della brigata Cacciatori.

E poi le rivelazioni di Adriano Tilgher sulla notte della Madonna, quel golpe Borghese saltato di un soffio nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 perché ‘’molti reparti miltari, dopo una iniziale adesione, all’ultimo momento si tirarono indietro’’. Come ricordo, spiega ancora Tilgher, il gruppo che stava al Viminale lasciò il Palazzo portandosi ‘’non uno, come si è sempre detto, ma due Mab… Era pronta anche la lista dei ministri che, per quanto ne so, comprendeva pure il nome del socialdemocratuco Tanassi. Delle Chiaie quella sera era in Spagna. Ci ha sempre detto: se fossi stato a Roma, il golpe sarebbe andato avanti’’.
‘’Nel ricostruire queste vicende – spiega Rao - mi ha colpito l’ambivalenza di molti personaggi. E’ una realtà frastagliata all’interno: c’è chi rinnega a priori la responsabilità delle bombe come fa Adinolfi e chi, come Tuti, già dietro le sbarre tenta una ricerca interna su quegli anni, verificando le eventuali responsabilità fasciste e arrivando alla conclusione che non c’è nulla di nero’’.

Ma allora chi tira la Croce addosso agli sporchi neri? I burattinai vanno scoperti tra voci di dentro, confidenze o mezze merità.

Stefano Delle Chiaie, ad esempio, lascia intendere che Avanguardia Nazionale è il capro espiatorio di Piazza Fontana.

 ‘’Quando ho scritto ‘La fiamma e la celtica’ – spiega ancora Rao - volevo far conoscere la storia politica e umana del neofascismo italiano. Mi sono però reso conto che il neofascismo, in alcuni segmenti, ha fatto anche la storia nera e in alcuni casi e’ stato protagonista di quella criminale. Dunque – rimarca il giornalista Rai - era corretto raccontare queste vicende fino in fondo’’.
Ma c’è anche un altro elemento del libro di Rao che farà discutere. Nei colloqui investigativi dei Ros con i detenuti neri è infatti riportato un passaggio curioso, forse paradossale: Adriano Romualdi sarebbe stato ucciso perché forse sapeva qualcosa di troppo su Piazza Fontana. E’ il 1973 e dalla strage del 12 dicembre 1969 sono passati quattro anni. Il particolare emerge dalle inchieste condotte dal giudice Guido Salvini (tra il 1993 e il 1995), che insieme al capitano dei Carabinieri Massimo Giraudo fa il giro del mondo neofascista, dentro e fuori le carceri, cercando spunti, soffiate e dritte per tentgare di scrivere la vera storia di quella maledetta bomba che esplode a Piazza Fontana. Nella stragrande maggioranza dei casi, i neri si rifuteranno di verbalizzare le loro confidenze, rendendole inutilizzabili dal punto di vista processuale. Ma ci sono anche i colloqui con Nico Azzi, che il 12 ottobre 1994 con Giraudo fa una chiaccierata diversa. ‘’In carcere – dice Azzi - con Giannettini eravano arrivati alla conclusione che la morte del figlio di Pino Romualdi non fosse stata accidentale, come si e’ sempre sostenuto, ma fosse legata alla strage di Piazza Fontana. Romualdi era il vero leader ideologico del gruppo veneto fino alla sua morte. A quel punto lo sostitui’ Freda come guida culturale e politica. Romualdi era morto in uno strano incidente stradale’’.
Che Adriano Romualdi, una delle menti più belle della destra italiana, mori’ la notte del 12 agosto 1973, forse per un colpo di sonno, sembra certo, Ed e’ pure vero che il trentatreenne figlio di Pino Romualdi, leader del Msi, fosse uno dei principali punti di riferimento culturali della destra radicale: allievo prediletto di Julius Evola, amico intimo di Pino Rauti, con buoni rapporti con lo stesso Franco Freda. ‘’E se Giannettini – scrive Rao - avesse davvero rivelato a Nico Azzi una verita’ inconfessabile? E e sul serio Romualdi junior fosse venuto a sapere qualcosa di troppo sulla strage e fosse stato ucciso, simulando un incidente per evitare che parlasse? Probabilmente non lo sapremo mai’’.
Il pentolone si scoperchia, ma rimangono molte, troppe zone d’ombra: Guido Giannettini è un giornalista, ma lavora anche per il Sid e lo Stato maggiore dell’esercito. Il suo ruolo in queste pagine è da protagonista. Ma chi lo copre? I politici o i militari? La questione restera’ irrisolta. Anche Franco Giorgio Freda e’ un personaggio centrale della leggenda nera. Ma lui con Rao, come con altri giornalisti, non vuole parlare. Anna K. Valerio, la filologa friulana alla quale il ‘vicario’ ha affidato il catalogo delle Edizioni Ar, nel testo di una email riportata dal libro, spiega: ‘’L’Editore (Freda, ndr) non ammette curiosità e chiacchiere. Non tollera un nuovo processo, fratellino minore (molto minore) di quelli che in realta’ gli sono gia’ toccati. L’Editore – a differenza di inerti relitti di storie passate del cosidetto ‘ambiente’ – è ancora molto impegnato nel perfezionamento del proprio disegno politico e non ha tempo per gli amarcord’’.
Le pagine di Rao scorrono mostrando strani depistaggi e neofascisti in carcere che escludono la marca stragista della loro azione rivoluzionaria. Lo dicono anche al geometra di Empoli Mario Tuti. E con con lui non si può mentire. Molte trame nere cadono, altre piste si fanno strada. Stefano Delle Chiaie in un passaggio dei suoi colloqui con Rao spiega: ‘’La verità spesso è un sottile limite che ci separa dall’infamia’’. In queste storie emerge anche il coraggio di un giornalista di razza come Guido Paglia, oggi alto dirigente Rai, che nell’inchiesta su Piazza Fontana, la madre di tutte le stragi, finisce nel mirino della magistratura. A piazzale Clodio Paglia, allora cronista di giudiziaria e gia’ protagonista del ’68 nero, incrocia un collega di sinistra, Andrea Barberi, di ‘Paese Sera’, che gli fa: ‘’Guarda, ho saputo che stanno per venire a prenderti. Corro al giornale per scrivere questa notizia…’’. ‘’Mi cade il mondo addosso – racconta Paglia nel libro di Rao - Allora gioco d’anticipo, irrompo in sala stampa e convoco un’improvvisata conferenza stampa con i colleghi presenti in quel momento. Dico: Ho saputo che stanno per arrestarmi. Se accade, è una delle più grosse mascalzonate della giustizia italiana degli ultimi anni’’.
Di fatto Paglia non ha partecipato a nessuna riunione, con la pista veneta non a niente a che fare, mai visto ne’ Franco Freda ne’ Giovanni Ventura. Ma a quel tempo sospetti e idiozie si vendono come il pane. E stanno per tirare Paglia dentro il gorgo nero. I colleghi a quel punto consigliano al giornalista di tagliare la corda, almeno ‘fin quando le acque non si saranno calmate’. Tre anni prima lo stesso consiglio era stato dato a Delle Chiaie, che lo raccolse e passò i confini. ‘’Io invece –rimarca Guido Paglia - avevo deciso di convocare quella conferenza stampa per proclamare la mia innocenza e quindi restare al mio posto di lavoro. Sono sempre stato convinto che fu la decisione giusta e che questo mio atteggiamento soprese Gerardo D’Ambrosio, che non firmo’ il mandato di cattura, ma solo la comunicazione giudiziaria nei miei confronti. Fu la mia salvezza. Se avessi fatto come Delle Chiaie e mi fossi nascosto, chissa’, magari avrei fatto la sua fine: costretto ad anni di latitanza per un reato non commesso’’.
A questo libro, il secondo della trilogia di Rao, seguira’ a settembre 2009 la conclusione della storia nera: ‘Il piombo e la celtica’. Milano e il Veneto sono l’epicentro della storia di questo volume, la Capitale sara’ il principale scenario degli eventi successivi. Da Acca Larentia in poi scorrera’ altro sangue, perche ‘’il filo nero del neofascismo in armi non si spezza’’. Anche su questi anni di piombo si è scritto tanto. Ma c’è ancora qualche retroscena da far parlare.
Gerardo Picardo, Agenzia di stampa Adnkronos del 19-10-2008

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