”La mia lettera a Battista sulle ’stragi nere’, in relazione al libro di Nicola Rao ‘Il sangue e la celtica’, pubblicata sul sito di Luca Telese, ha provocato, come era prevedibile, qualche reazione. Segnatamente da Maurizio Murelli e Gabriele Adinolfi, due che, secondo me, non avrebbero nulla da perdere dall’emergere della verita’, ma, anzi, molto da guadagnare. Non riesco a capire perche’ debbano e vogliano farsi carico di storie, avvenimenti e protagonisti che non appartengono ai loro trascorsi politici, ma solo a quelli carcerari, affrontati, tra l’altro, con molta dignita’. Ma e’ ora di dire le cose fuori dai denti. E cominciamo, allora con sottolineare che tra ‘i ‘camerati’ finiti in galera ce n’erano sicuramente tanti in buona fede o che avevano agito per impulsi comprensibili nel quadro storico in cui si erano trovati, ma anche un buon numero di infami, di informatori dei vari servizi, di agenti, piu’ o meno consapevoli, di strategie oscure e di manovre politiche destabilizzanti o, meglio, stabilizzanti per il potere. Del resto anche Izzo in galera per anni e’ stato accettato come ‘camerata’, anziche’, come sarebbe stato logico, finire al cimitero. Anche Amos Spiazzi, uomo degli apparati Nato, ancora oggi ospitato con tutti gli onori in diversi convegni. Anche agenti del Sid ‘dichiarati’, a cominciare da Guido Giannettini. Tutti quanti camerati in buona fede? Tutti quanti inconsapevoli pedine di un gioco piu’ grande di loro e del quale non percepivano le finalita’? Conosco bene la posizione di Adinolfi: le stragi, i tentativi di golpe e tutto il resto hanno, di fatto, favorito il Partito Comnunista. E’ una tesi sostenuta anche da Giorgio Galli e risponde, ma solo a posteriori, alla realta’ di quanto e’ accaduto in Italia. Ma qui puo’ essersi verificata una ‘eterogenesi dei fini’, cioe’ un effetto opposto rispetto alla volonta’ di chi ha fatto le stragi o tentato i golpe… E anche se l’infiltrazione fosse stata fatta al contrario e Giannettini. cosi’ come gli altri collaboratori del Sid, allevati ed allenati nella redazione de ‘Il Tempo’ di Roma, si fossero prefissi di ’servirsi’ dei servizi, a cosa servirebbe (ammesso che sia possibile) dimostrarlo? Cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia: sempre al servizio del potere operavano, in un modo o nell’altro, anche al di la’ della loro volonta’. Murelli, con il quale non intendo aprire alcuna polemica per la stima che ho di lui, mi accusa di essere malato di ‘missinismo’. Puo’ darsi, anche se e’ la prima volta che ricevo questa accusa-casomai, ai tempi, mi accusavano del contrario- ma ricordo il modo con cui mi opposi, ferocemente, alla candidatura di Vito Miceli, ex direttore del Sid, nelle liste del Msi alla Camera: dopo la candidatura di De Lorenzo, mi sembrava francamente troppo… Almirante, assumandosene personalmente la responsabilita’ politica e morale,non pose in votazione la candidatura, alla quale stava per aggiungersene un’altra, quella di Michele Sindona in Sicilia, tramontata solo per la violentissima reazione nella segreteria nazionale del partito dell’onorevole Angelo Nicosia… A Murelli vorrei semplicemente dire che il mio scopo e’ solo quello di provare a salvare una storia politica, della quale non mi vergogno, e sono convinto che, per farlo, occorra il coraggio della verita’. Lo stesso che ha spinto Adriano Tilgher a raccontare, per la prima volta a Nicola Rao ne’ Il sangue e la celtica’ la ’sua’ notte del golpe Borghese Lo ringrazio di cuore, anche perche’ per avere accennatoa quell’evento in modo canzonatorio e, per quanto possibile, asettico, nel mio ‘Confessione di un fazioso’, Stefano Delle Chiaie ha rotto qualsiasi rapporto con me. Mi rendo conto che anche io debbo dare l’esempio, portando elementi e fornendo informazioni di mia conoscenza. Lo faccio immediatamente. Il libro ‘La sottile linea nera’ di Franzinelli, ha rivelato un fatto per me scioccante. Un vecchio camerata, che io ritenevo un duro e puro anche se non certo un intellettuale, era una fonte riservata dei carabinieri. D.B. queste le sue iniziali (il nome per intero lo rivelero’ solo dopo averlo avvertito) mi aveva confidato, all’inizio degli anni settanta, di essere stato avvicinato da un ufficiale dei carabinieri, che gli aveva proposto di tenere in deposito delle armi, in attesa del possibile golpe. Era l’epoca degli slogan ”Ankara, Atene, adesso Roma viene”, oppure ”Basta coi bordelli, vogliamo i colonnelli”. Cose che non solo mi infastidivano, ma che giudicavo pericolose per quella che consideravo la mia battaglia politica. Gli avevo consigliato di darsela a gambe. Scopro adesso che non l’aveva fatto, perche’, probabilmente, non poteva farlo… Ho saputo, qualche anno fa, che faceva parte (con compiti logistici) del piano per gli attentati in Sud Tirolo negli anni sessanta, compiuti, con l’appoggio dei servizi e dei carabinieri da ‘camerati di sicura fede’ come Tazio Poltronieri ed Enzo Maria Dantini, insieme ad altri dei quali ignoro il nome. Segretario nazionale del Msi era, all’epoca, Arturo Michelini. Evidentemente certi legami non si possono, una volta instaurati, recidere. Ancora: ho avuto occasione di parlare con Nico Azzi. Ho tentato di capire e ci eravamo ripromessi di rivederci. La sua morte per infarto ha reso impossibile questo nuovo incontro. Ma qualcosa me l’aveva fatta capire. Ad esempio che l’attentato al treno Torino-Genova-Roma doveva servire a riportare l’attenzione sulla pista rossa, che si era molto scolorita, per la strage di piazza Fontana (allontanando i sospetti dagli imputati dell’epoca), mentre era gia’ pronta, fin dalla sera degli attentati del 12 dicembre, la pista che ‘incastrava’ i camerati di Avanguardia, ad opera di Serpieri, informatore del Sid. Ancora: ho avuto un colloquio di oltre tre ore con Giancarlo Rognoni. E’ stato allo stesso tempo elusivo ed allusivo ed alla fine mi ha posto una domanda secca ed ambigua:”Ti sei mai chiesto perche’ non sono mai stato espulso dal Msi?”. Con riferimenti ai carabinieri e ad alti dirigenti del Msi… Poco? Tanto? Non lo so. Ma so che occorre fare chiarezza. Perche’ cio’ che e’ stato non possa piu’ ripetersi. Per finire: ogni volta che mi capita di rivedere il film ‘Vogliamo i colonnelli’, provo un misto di divertimento e di pena. Perche’ il mondo di cui parla, in maniera ironica e satirica quel film e’ esistito davvero. Quel mondo era tra noi. Quel mondo in qualche modo lo abbiamo alimentato. Certo, va contestualizzato e riferito alle atmosfere, alle suggestioni, alle parole d’ordine dell’epoca. Ma contestualizzare, cercare di capire, dare le dovute assoluzioni, non significa assolutamente passare sopra alla verita’ Tutto e’ lontano, tutto appere ormai sfocato, forse tutto e’ dimenticato e travolto da altri eventi, da altri problemi, da altre situazioni. Ma per chi crede alla politica, alle soluzioni politiche, prima di dimenticare bisogna chiarire. Tutto. O almeno tutto quello che e’ possibile.
Tomaso Staiti di Cuddia
Rao, lei nella sua recente ricostruzione di quegli anni di piombo a proposito della strage della BNA, a mio modesto avviso,è incappato in una sorta di “strabismo destrorso”, per cui ha enfatizzato anche la più tenue delle voci,il più vago dei riscontri giudiziari effettuato, provenienti quasi esclusivamente dal versante dell’estrema destra, dando a priori per scontato, ciò che scontato non è.E’illuminante che lei, nei ringraziamenti a chiusura del libro, abbia citato il giudice Salvini e Milani il responsabile dell’associazione dei familiari della strage di Piazza della Loggia.Con simili collaboratori, lei si è iscritto,ipso facto, tra i vari “pistaroli”e”fontanologhi” che tanti danni hanno recato alla verità.Poi per tornare alla polemica, che già abbiamo avuto, nel sito di Telese: lei non può svalutare il senatore Giorgio Pisanò, sostenendo che non è un perito tecnico, quindi non è qualificato nelle indagini relative ai timers di Freda.Allora le ricordo che Pisanò non era un carabiniere, non era dei servizi segreti, eppure i carabinieri per catturare Franceschini, e Curcio, si avvalsero dell’opera di Pisanò e di “fratello mitra”, debitamente sponsorizato sul “Candido”. Le rammento che Pisanò ha condotto delle inchieste sulla morte di Mussolini, sulla morte di Calvi a Londra, di un elevato livello, basato su indagini oserei dire scientifiche, pertanto il suo giudizio “liquidatorio” sull’indagine condotta dal senatore sui timers, la trovo inopportuna o per lo meno i carabinieri di Milano, avevano maggior stima di lui, cosa che lei colpevolmente non ha avuto, non sarebbe stato opportuno consultarla?.Il senatore tra l’altro era membro della commissione antimafia e della Loggia P”2.Altro discorso riguarda Enzo Maria Dantini, era o non era della “Gladio”? su costui non emetto giudizi. Guardi Rao, che anche se oramai il suo nome è bruciato e ben difficilmente le daranno il nulla osta per accedervi, ma presso la Fondazione Feltrinelli, sono conservati tutti i volantini di rivendicazione degli attentati commessi dagli “iconoclasti”, FORSE anche quelli alla fiera e alla stazione centrale, che tutti dicono erano stati fatti dai padovani. Se lei oltre ad ascoltare Milani o il giudice Salvini, si fosse dedicato al versante opposto quello anarchico,per intenderci, ne avrebbe tratto un giudizio più cauto e non affermerebbe con tono perentorio, che la cellula nazifascista padovana è colpevole e basta! Sono certo anch’io che la cellula nazifascista padovana, sia rimasta incastra a mezzo del capitano Hamid e dei timers,ma l’esecutore egregio Rao, chi è stato? Poi un’ultimo cosa, le sembra o no deplorevole, chiedere alle autorità consolari israeliane, notizie che potevano scagionare Freda, come ha fatto D’Ambrosio.Che risposta potevano mai dare costoro?…nei confronti di chi organizzava conferenze a favore dei palestinesi e ristampava, per primo in Italia nel dopoguerra, i famosi/famigerati Protocolli.
Fornasari, non puo’ riprendere un lungo (e ormai anche noioso, per quanto mi riguarda) botta e risposta che abbiamo da mesi in un sito e postare qui il suo intervento, senza che i lettori di questo blog, com’e’ normale, possano minimamente capire di cosa stiamo parlando.
Il mio nome bruciato? Ma che sta dicendo?
Io nel libro cito centinaia di atti giudiziari,che riassumono lunghe e complesse indagini investigative, riporto testimonianze giurate ne pubblico numerose rilasciate ai miei registratori da decine di protagonisti di numerose vicende di quegli anni.
Ebbene, da tutto questo, per quanto riguarda i 50 timer comprati da Freda nel settembre del ‘69, i periti balistici hanno stabilito-senza riserve ne’ dubbi- che erano dello stesso tipo di quelli utilizzati negli attentati del 12 dicembre 1969. Punto.
Lei dice che Pisano’ arrivo’ a conclusioni diverse. Io le ho sono chiesto-visto che Pisano’ era un politico e un giornalista en non certo un fisico o un esperto di esplosivi- quale fosse la fonte tecnica alla quale si era rivolto per arrivare a sostenere che non c’era alcuna compatibilita’ tra i timer di Freda e quelli delle bombe.
Senza dimenticare che non mi risulta che Pisano’ fosse uno degli attori dei tanti processi per piazza Fontana, ne’ che le sue stabilianti e rivoluzionarie conclusioni siano mai state prese sul serio dalle diverse corti d’assise che si sono occupate di quella strage.
Quanto a Dantini, ho solo sottolineato, dopo aver ricordato che era anche nell’elenco di Gladio, che lui di mestiere faceva l’ingegnere minerario, non un perito balistico e che, per di piu’, era dichiaratamente legato a Freda, per motivi personali e politici. E quindi la sua ‘perizia’ sui timer non aveva (come infatti non ebbe) alcun peso scientifico e tecnico.
Infine, lei non ha ancora risposto alle 12 domande specifiche che le ho rivolto l’altro giorno e che a questo punto postero’ qui, cosi’ i lettori del blog capiranno meglio di cosa sto parlando
Tra l’altro la invito, come ho fatto con tutti, a commentare le parole della bella lettera di Staiti, visto che ora l’oggetto del post e’ questo.
Fornasari, mi spieghi lei i seguenti fatti:
1)l’ordinazione da parte di Freda di 50 timer identici a quelli usati il 12 dicembre.
2) Le autoaccuse di Ventura (e le accuse di Ruggero Pan) per le bombe della primavera-estate del ‘69. E la conseguente condanna definitiva per lui e Freda per quegli attentati.
3)Le rivelazioni, che indicano la cellula veneta come responsabile anche di piazza Fontana, fatte da Franco Comacchio e Pietro Lorenzon.
4)Il ritrovamento in una cassetta postale in Veneto di Montebelluna, piazzate dallo stesso Ventura, di ‘veline’ consegnatigli da Guido Giannettini.
5)La certezza di Delle CHiaie, ribadita nel mio libro, che la sera del 18 aprile 1969 a Padova ci fu una riunione preparatoria per la campagna di attentati successivi, a cui parteciparono il gruppo Freda e Guido Giannettini, agente del Sid.
6)Il tentativo, con le veline del 16-17 dicembre da parte del Sid di dare la colpa degli attentati romani del 12 dicembre agli avanguardisti, mentre non si faceva, guarda caso, nessun nome, per le bombe milanesi, compresa piazza Fontana.
7)I reiterati tentativi del Sid di liberare Ventura (come ammesso dagli stessi agenti del Sid e da sua sorella) prima che facesse il nome di Giannettini.
8)I reiterati tentativi del Sid e dei camerati di Freda (bomba al treno Torino-Roma del 7 aprile 1973 e l’idea di piazzare i timer usati per il 12 dicembre nella villa di Feltrinelli, come da testimonianze di Nico Azzi e Guido Giannettini) per allontare i sospetti dalla cellula veneta e dirottarli sulla sinistra.
9)La riunione alla vigilia dell’attentato del treno di Azzi, della Fenice, presente il capitano Labruna (come rivela Zani nel mio libro, fonte Azzi).
10)La richiesta, fatta nel supercarcere di Trani nel 1980, di Freda a Concutelli, di ammettere che il fantomatico capitano algetino Hamid, destinatario- secondo Freda- dei 50 timer ordinati nel settembre 1969, fosse in realta’ lui, come dichiarato dallo stesso Concutelli.
11)Le parole di Azzi sul fatto che Rognoni (capo della Fenice) lavorava nella Comit oggetto di uno dei due attentati milanesi del 12 dicembre e che si dimise dimesso misteriosamente qualche settimana prima dei botti.
12) La presenza, mai spiegata, di Giovanni Ventura nella Capitale nel pomeriggio del 12 dicembre proprio in comcomitanza con i tre botti romani.
13)La condanna definitiva per Carlo Digilio (neonazista veneziano ma anche,come da lui stesso confessato) agente dei servizi statunitensi), per essere stato l’armiere e il fornitore di esplosivo per le cellule fasciste venete che operarono a Milano il 12 dicembre.
Forse ora si capira’ meglio di cosa parliamo.
Egregio Rao, visto che non lo ha fatto lei, ecco qui di seguito i risultati dell’inchiesta condotta dal Candido di Pisanò e pubblicata sul numero 6 del 1973, relativa ai timers(ho condensato l’articolo):” Dissero i periti incaricati di stendere le relazioni tecniche sull’attentato alla BNA che per provocare l’esplosione furono usati timers di marca Diehl a chiusura. Oggi si sostiene che non è vero. Furono usati timers di marca Diehls ma a deviazione. Lo provano tre morsetti a vite rinvenuti a piazza Fontana a Milano e un frammento d’ottone reperito alla banca Nazionale del Lavoro a Roma. Questi 4 elementi dimostrano senza ombra di dubbio che i timers usati furono del tipo a deviazione. Sostiene l’accusa (D’Ambrosio-Fiasconaro-Alessandrini) poichè risulta che in Italia nei mesi precedenti alla strage furono venduti solo 57 timers a deviazione, poichè sette di questi furono acquistati da persone successivamente identificate,gli altri 50 in blocco furono acquistati da Freda….”poichè infine il dottor Ernest Blocher, progettista dei timers in questione ha riconosciuto nel frammento di ottone rinvenuto alla Banca Naz. del Lavoro di Roma un portacontatto dei timers a deviazione, si può agevolmente concludere che cinque dei cinquanta acquistati da Freda furono certamente impiegati per la costruzione degli ordigni usati il 12/12/1969.Tutto chiaro? NO. La verità così come è scaturita dalle indagini da noi condotte (Pisanò) è ben diversa. Primo il dr.Blocher da noi intervistato a Norimberga nega di aver mai affermato che il frammento di ottone mostratogli apartenesse a un timer a deviazione.Il dr.Blocher (continua nell’intervista Pisanò) dichiara invece che il frammento visto aparteneva a un timer a variazione in quanto quel tipo di timer può essere usato indifferentemente per contatti ad apertura a chiusura e in deviazione. La verità è che nel 1969 esistevano solo timers ad apertura (inutilizzabili per attentati) e timers a deviazione e che di questi 14.000 (quattordicimila) ne furono distribuiti in Italia”. Le basta Rao?
Poi concludo con il marito di Carla Fracci,il regista Beppe Menegatti. Il giornalista del Corriere della Sera Giorgio Zicari, affermò di aver ricevuto una telefonata dal Menegatti, il quale riferiva che l’autore della strage non poteva essere il Valpreda, perchè era stato visto a Roma all’Ambra Jovinelli e non a Milano. Così fu smascherata l’ennesima bugia del Valpreda, il giorno dopo della strage alla BNA, fu riconosciuto da una DECINA di testimoni all’Ambra Jovinelli e non inchiodato a letto febbricitante, come sosteneva lui e la zia.
Vedo che non ha risposto alle mie 13 domande. Insisto nel ritenere assolutamente attendibile la perizia tecnica sui timer della procura di Milano. Quanto a Zigari, dimentica di dire che era a sua volta un collaboratore dei servizi…
E’ vero, che non sono in grado di replicare a tutte le sue 13 domande adeguatamente; però alla prova regina quella relativa ai timers, mi sembra di averle risposto adeguatamente. Bisogna non decontestualizzare il tutto, era l’epoca delle “trame nere” e la troika rossa(D’Ambrosio-Fiasconaro-Alessandrini)prendeva solo in esame, per altro non sempre im maniera limpida, le perizie e le testimonianze a carico di Freda Ventura, mentre tralasciava quelle prese in considerazione dai colleghi romani, primo fra tutti Occorsio. Ero a conoscenza che Zigari era un informatore del SID, ma questo non toglie nulla al passo falso, del marito regista della Fracci, nella sua testimonianza in buona fede, invece di scagionare Valpreda lo inguaiò! Valpreda fu riconosciuto almeno da un altra decina di testimoni all’Ambra Jovinelli il giorno dopo la strage e non a Milano febbricitante inchiodato al letto! Non dimentichi che oltre alla troika rossa che indagava a Milano solo in una direzione, la Procura di Milano aveva avuto al suo vertice Bianchi D’Espinosa, un magistrato che si era messo in testa di porre fuori legge il MSI. Mentre a Treviso vi era il giudice Stiz, il quale aveva preso di mira Pino Rauti e lo fece arrestare, convinto delle rivelazioni del bidello padovano. Per finire il giudice Paolillo di Milano che vietava all’Ufficio politico della Questura di Milano di perquisire le pertinenze di Feltrinelli all’indomani della strage.Non trova Rao strano, che simili toghe alla fin fine trovavano solo ciò che volevano trovare e in una sola direzione?Poi tornando ad Enzo Maria Dantini, lei in una sua replica alle mie affermazioni, esprimeva dei dubbi circa la competenza tecnica su di lui, in quanto ingegnere geologo.Ma leggendo il suo libro scopro, che il Dantini, teneva delle lezioni sugli esplosivi a Funzionari del Ministero dell’Interno! Io a tal proposito credo che sia una balla inventata da quel mitomane di Angelo Izzo, un personaggio abominevole e sopratutto non credibile! Concludo con una domanda io questa volta, lo trova corretto professionalmente oltrechè deontologicamente , che la troika rossa di Milano, chiedesse prove a discarico di Freda alle autorità consolari israeliane?
Chiesero informazioni anche alle autorita’ algerine sul capitano Hamid, con il risultato che, ovviamente, gli algerini caddero dalle nuvole..
QUanto all’arresto di Rauti da parte del giudice Stiz, fu dovuto alle accuse di Marco Pozzan, factotum di Freda. Il quale sostenne che la sera del 18 aprile 1969, il camerata romano che partecipo’ alla riunione padovana per mettere a punto la strategia bombarole era appunto Rauti. Pozzan, come sa, poi ritratto’, e confesso’ a Delle Chiaie (come scrivo nel libro) che era stato proprio Freda a ordinargli di accusare Rauti, per coprire il nome vero del romano che partecipo’ a quella riunione: Guido Giannettini, agente del Sid…Come la mettiamo, allora, Fornasari? Perche’ Freda ordina a Pozzan di accusare Rauti per coprire Giannettini?
Quanto alle lezioni balistiche di Dantini al Ministero dell’Interno, non so se sia vero. Certo e’ che, come avra’ letto dalle lettera di Staiti che pubblico qui sopra, Dantini fu coinvolto anche nei dirty job dei cc in Alto Adige negli anni sessanta. Come vede il personaggio aveva molti interessi e molte anbiguita’.
Si però per quanto riguarda Dantini, è lei che gli nega autorità in fatto di perizia tecnica, sui timers di Freda.Le rammento che lui fece una perizia di parte a favore dell’editore padovano; lei mi replicò, che non aveva competenza specifica in materia. Mentre proprio lei, ora ne rivaluta implicitamente la competenza, liquidando la facenda con il fatto che aveva dei trascorsi ambigui.In pratica Dantini è competente quando si tratta dei “lavori sporchi” in Alto Adige, mentre non lo è come perito di parte.Prendo atto che erano stati interpellati anche i servizi algerini, lo ignoravo.Pur tuttavia fermo restando, che il capitano Hamid, resta la soluzione dell’enigma, chi era realmente e che uso ne fece dei timers, resta insoluto.Poi guardi che il Concutelli nel suo libro recente “Io l’uomo nero” non parla affatto della richiesta di spacciarsi per Hamid; solidarietà fra camerati? Mistero.Guardi Rao, alla fine uno pur di uscire di galera qualche cosa dovrà pur inventarsi o no?. Io so, che per esempio un agente del SID come Guido Giannettini, era arciconvinto della pista Feltrinelli, lo scrisse nel “Dossier San Marco”, ne erano convinti anche quelli del SID, che tenevano sotto controllo da tempo, il Feltrinelli, sia per le sue scorribande in Sardegna, sia per i suoi frequenti viaggi in Ceccoslovacchia e a Cuba. Vede Rao, pur apprezzando il suo notevole lavoro, io le muovo una benevole critica, quella cioè di aver trascurato, le fonti diciamo così alternative a quelle di Salvini e di Milani relative alla strage della BNA.Primo le dodici puntate di Pisanò sui timers, pubblicate sul “Candido” di notevole importanza, il dossier San Marco di Giannettini,l’archivio Feltrinelli, al quale accedono ai “fondi riservati” solo compagni di compravata fiducia e non chiunque, fermo restando che i volantini di rivendicazioni degli attenati degli anrchici, venivano spediti pure ad Amsterdam.
Allora, intanto quali sarebbero le fonti di Milani? MIlani, presidente associazione familiari vittime della strage di Brescia mi ha soltanto fornito il materiale giudiziario agli atti. Punto. Non si e’ mai permesso, ne’ avrebbe potuto, di suggerirmi o fornirmi le sue tesi (ammesso che ne abbia di precise) sulla strage di Brescia.
Idem per Salvini.
Tra l’altro io riporto le testimonianze inedite di due irriducibili, come Fabrizio Zani e Stefano Delle Chiaie che, loro, non io, insistono sulla pista nera per piazza Fontana.
Non io, ma decine di magistrati e centinaia di investigatori non hanno ritenuto significative le risultanze dell’inchiesta Pisano’ che lei sbandiera come la chiave di tutto.
Tutti pazzi? Tutti in maladefe? Tutti comunisti? Io non credo.
ps: continuo ad aspettare i suoi chiarimenti sulle 13 questioni che le ho posto…
Tratto dal libro di Michele Brambilla:
Così come abbiamo riportato le obiezioni mosse alla testimonianza di Rolandi contro Valpreda (che senso aveva prendere il taxi per fare pochi metri? e non c’era il rischio di farsi scoprire?) dobbiamo, usando la stessa arma della logica, osservare che è singolare che un uomo intelligente come Freda, sapendo di dover compiere una strage, non abbia cercato una via clandestina e sicura per comperare i timer, ma sia andato ad acquistarli normalmente in una ditta. E creando, per di più, un testimone pericolosissimo: l’elettricista Fabris, messo al corrente di tutto. Non solo: Freda parla liberamente dei timer al telefono, sapendo benissimo che il suo apparecchio è controllato dalla polizia.
Infatti, nel mese di maggio del 1969 (quindi ben prima delle telefonate fatte per l’acquisto dei timer, che sono del settembre successivo), parlando al suo telefono Freda a un certo punto disse: «Se c’è qualche coglione in ascolto, ascolti pure». Che Freda sapesse di avere il telefono sotto controllo poi, risulta anche da un interrogatorio reso da Giovanni Ventura al giudice istruttore di Milano il 17 marzo 1973. Ventura disse al magistrato che un funzionario dell’ufficio politico della questura aveva avvertito Freda dell’inizio delle intercettazioni.
Queste considerazioni fanno dunque pensare che Freda, quantomeno, non sapesse che con quei timer sarebbero state confezionate bombe destinate a fare tanti morti. Altrimenti non avrebbe agito alla luce del sole.
Sono (quasi) tutte considerazioni di Brambilla. Restano due fatti: che Freda abbia ordinato 50 timer identici a quelli usati per le bombe del 12 dicembre e non sia stato in grado di fornire una spiegazione riscontrabile. E che lui e Ventura, nello studio di Freda, chiesero per due volte all’elettricista Fabris (al quale, in precddenza Freda aveva chiesto di ritirare materialmente i 50 timer presso la ditta di Bologna a cui li aveva ordinati) opero’ una simulazione sull’utilizzo dei temporizzatori collegati con dell’esplosivo, come gli aveva chiesto Freda. Restano gli altri 12 quesiti che le ho posto…Ma a questo punto mi piacerebbe che intervenisse anche qualcun altro. Se no il botta e risposta a due alla fine diventa noioso
Io credo che Freda (uomo di intelligenza e cultura sopra la media, ma oggettivamente piuttosto sprovveduto, se non perfino ingenuo, politicamente), finì in un “gioco” che andò oltre quelle che erano le sue reali intenzioni. Freda realmente, credette di potersi “servire” dei servizi, con le conseguenze che sappiamo….
Tuttavia, Fornasari, deve ammettere che, sulla vicenda dei timers, la sua difesa è sempre stata molto debole in quanto, come è già stato scritto, anche gli algerini hanno sempre negato l’esistenza di questo Hamid.
A quanto ha scritto Nicola, peraltro, aggiungo che, in un primo momento, come testimone a suo discarico, Freda chiamò tale Maria De Portada, sostenendo che ella aveva fatto da interprete tra l’Hamid e Freda stesso.
In realtà, l’interrogatorio cui la De Portada fu sottoposta si rivelò un mezzo autogol, in quanto emerse che i due (Freda e la De Portada), quando già le notizie sui timers erano uscite sui giornali, avevano avuto alcuni colloqui (in un primo momento negati) nel carcere di Treviso, poco prima del trasferimento di Freda a Milano.
…..quanto a Dantini, aggiungo che il suo nome quale presunto esecutore di azioni di guerra non ortodossa in Alto Adige, emergeva già (con riferimenti molto precisi) in un vecchio libro-intervista di Randolfo Pacciardi (Cuore da Battaglia, a cura di Giuseppe Loteta)…..
Grazie Giacomo, della vicenda della de Portada racconto minuziosamente ne ‘Il sangue e la celtica’, che, deduco, ancora non hai letto…:-)
…..In effetti, ai capitoli 1 e 3 avevo dato solo una veloce lettura e solo adesso mi sono accorto che della De Portada ne parli alle pp. 117-118. ![]()
Ah, ecco…:-)
“è singolare che un uomo intelligente come Freda, sapendo di dover compiere una strage, non abbia cercato una via clandestina e sicura per comperare i timer, ma sia andato ad acquistarli normalmente in una ditta. E creando, per di più, un testimone pericolosissimo: l’elettricista Fabris, messo al corrente di tutto. Non solo: Freda parla liberamente dei timer al telefono, sapendo benissimo che il suo apparecchio è controllato dalla polizia.
Infatti, nel mese di maggio del 1969 (quindi ben prima delle telefonate fatte per l’acquisto dei timer, che sono del settembre successivo), parlando al suo telefono Freda a un certo punto disse: «Se c’è qualche coglione in ascolto, ascolti pure». Che Freda sapesse di avere il telefono sotto controllo poi, risulta anche da un interrogatorio reso da Giovanni Ventura al giudice istruttore di Milano il 17 marzo 1973. Ventura disse al magistrato che un funzionario dell’ufficio politico della questura aveva avvertito Freda dell’inizio delle intercettazioni.
Queste considerazioni fanno dunque pensare che Freda, quantomeno, non sapesse che con quei timer sarebbero state confezionate bombe destinate a fare tanti morti. Altrimenti non avrebbe agito alla luce del sole.”
Sig. Rao,
a mio modesto avviso il punto più inspiegabile della vicenda è proprio quello summenzionato. Non le sembra quantomeno singolare che una persona, che si propone di provocare una strage, lasci tracce così evidenti? Oltre tutto parliamo di un uomo come Franco Freda, idealista sì, platonico anche, ma non certo stupido o sprovveduto….
Roland, è quello che dall’inizio della polemica sostengo io!Non solo era consapevole di avere il telefono sotto controllo, ma si fa rilasciare le ricevute e le bolle di accompagnamento dalla ditta bolognese, lasciando orme in abbondanza dietro di sè, senza dimenticare l’elettricista Fabbris.Ma non solo c’è dell’altro i timers: l’ingegnerer tedesco progettista, in una intervista rilasciata al “Candido”, lascia ampio margine al dubbio circa i cinquanta timers comperati dal Freda; a suo dire in Italia dello stesso tipo, ne furono veduti a migliaia. Per concludere poi il mancato riconoscimento della commessa del negozio, ove erano state vendute le borse. La campagna di “intossicazione” varata per l’occasione, dalla magistratura democratica,dalla stampa di sinistra, dai partiti di centro-sinistra, ha avvelenato a distanza di decenni, le ricostruzioni postume.Ricordano le campagne di stampa dei vari “fontanologhi” e “pistaroli neri” dell’epopca, che tanti danni hanno provocato alla verità, non ultimo la liquidazione di Calabresi, con una palla nelle cervella!Sarebbe stato opportuno, che si fosse interpellato voci discordanti alla “vulgata” corrente,o almeno citato anche fonti alternative.
Roland, nel 1969 le intercettazioni telefoniche erano una cosa avveniristica e poco conosciuta. Quindi non possiamo applicare comportamenti ‘normali’ nel 2008 al modo di vita di 40 anni fa. Erano in pochi a sapere che esistessero e quindi non c’e’ nessuna certezza che Freda sapesse davvero di essere intercettato quando ordino’ i timer alla ditta di Bologna.
In ogni caso, il fatto rimane:Freda ordina 50 timer, identici a quelli che verranno usati tre mesi dopo per gli attentati del 12 dicembre. Di piu’: dopo aver chiesto al suo elettricista di ritirarli, per due volte lo convoca nel suo studio, presente Ventura, per farsi spiegare come collegare l’innesco di un detonatore esplosivo a questi temporizzatori.
Ancora: la batteria dei cinque attentati del 12 dicembre 1969 e’ l’ultima di una catena, che parte, guarda caso, proprio da Padova il nell’aprile precedente, per spostarsi a Torino e Milano e proseguire con i botti di agosto in dieci diversi treni.
Per tutti questi attentati ci sono diverse testimonianze ed autoaccuse (a cominciare dallo stesso Ventura, passando per Pan, Comacchio e Lorenzon) ed una sentenza definitiva che ritiene Ventura e Freda colpevoli.
Io scrivo nel libro che probabilmente anche i cinque attentati del 12 dicembre non dovevano fare morti, cosi’ come quelli precedenti, e che qualche anello della catena ha forzato la mano provocando la strage. E’ quindi possibile che anche l’acquirente dei timer (cioe’ Freda) non fosse al corrente del fatto che sarebbero stati usati per una strage.
Questi sono i fatti.
Il resto e’, ovviamente, lasciato alla libera interpretazione e alle opinioni che ognuno di voi si fara’ dopo aver letto il libro.
una risposta alle sue tredici domande:
10)La richiesta, fatta nel supercarcere di Trani nel 1980, di Freda a Concutelli, di ammettere che il fantomatico capitano algetino Hamid, destinatario- secondo Freda- dei 50 timer ordinati nel settembre 1969, fosse in realta’ lui, come dichiarato dallo stesso Concutelli.
falso! sono Izzo e Latini a dichiarare che Freda avrebbe chiesto a Concutelli …il Concutelli invece definisce queste invenzioni pure calunnie! Si vada ad ascoltare l’interrogatorio di Concutelli al processo bis per Piazza Fontana: http://www.radioradicale.it/scheda/29651/29678-processo-bis-per-la-strage-di-p-za-fontana più o meno dal minuto 20 al minuto 35.
Non so chi tu sia. ma ti assicuro, disponendo di altro materiale che non e’ mai stato pubblicato, che Concutelli in persona, in un colloquio investigativo con i carabinieri del Ros, ha confermato l’episodio!
Aspetto che lei risponda alle altre 12 domande
Senta Rao, lei ha pubblicato solo ciò, che porta acqua al suo mulino!Mi riferisco alla madre di tutte le stragi, ovviamente a quella della BNA.Le concedo una sola attenuante: la buona fede, ma in contemporanea, deploro la sua “ignoranza” in fatto di piste alternative a quella voluta da “magistratuta democratica”, dai partiti del famigerato arco costituzionale, dai “fontanologhi” e “pistaroli neri” imperversanti, da una campagna mediatica condotta a livello nazionale di “intossicazione” che ha avvelenato pure lei (spero in buona fede) una campagna di stampa condotta dai vari comitati di controinformazione giornalistica ed da avvocati di Soccorso Rosso, che ottennero all’epoca, a spron battuto, una legge che venne battezzata legge Valpreda, grazie alla quale venne scarcerato l”agnello sacrificale” e assieme al lui, migliaia di pendagli da forca, come lui.Perchè, egregio Rao, non ha indagato, per esempio sulla infiltrazione condotta da Feltrinelli e dai GAP e da Potere Operaio negli ambienti veneti di Ordine Nuovo; vuole qualche nome Emilio Vesce, il conte rosso Pietro Loredan, La Litopress di Giovanni Ventura…ma capisco che è molto meglio riportare le confessioni di qualche lestofante “pentito” di destra.
Vede Rao, che io ribadisca alcune tesi a proposito della strage della BNA, non vorrei che fossero passate, come per il passato opinioni mie personalissime sono di questo avviso giornalisti e ricercatori storici di chiara fama come Franco Bandini e Pierangelo Maurizio, il quale in un suo libro dedicato proprio alla madre di tutte le stragi si chiedeva:com’era morto Giuseppe Pinelli,perché nei primi tre giorni dopo la strage furono bloccate le indagini della pista anarchica,e come mai il settimanale The Observer sapeva con anticipo degli attentati del 12 dicembre ’69.
Il libro in argomento, come del resto anche il suo, non da certezze, ma rovista tra i segreti di piazza Fontana. Per tre quarti di secolo a Milano ha agito indisturbata una centrale terroristica, ben mimetizzata nei salotti culturali. Per questa “intelligenza criminale” i gruppi anarchici hanno fatto più volte da manovali. E se siamo ancora qui a parlare di stragi impunite il merito va riconosciuto soprattutto ad una sinistra che ha preferito inseguire i fantasmi dell’eversione nera pur di non guardarsi allo specchio. Lasciando campo aperto a quelle potenze straniere, non sempre e non solo dell’Est comunista, che hanno giocato a destabilizzare l’Italia.
Leggo un’anticipazione de “Il sangue e la celtica” - un libro scritto dall’ex di Terza Posizione Nicola Rao - pubblicata da “Il Tempo” e apprendo di aver vissuto tra il 1967 e il 1973 su un altro pianeta.
Sebbene abbia steso da tempo un velo pietoso sulle rivendicazioni “sessantottine” di tanti che tutto facevano salvo partecipare alla rivolta di generazione di quegli anni, mi lascia sempre un po’ d’amaro in bocca sentire o leggere le dichiarazioni di qualcuno che – allora missino o comunque destrorso - dichiara tomo tomo quatto quatto di essere stato anche lui un artefice di quel movimento.
Tanto per essere chiari: quelli delle “destre radicali” del tempo non cavalcavano certo la tigre della rivolta ma erano reazionari, venivano chiamati dal rettore D’Avack della Sapienza a fungere, manganelli in mano, da “forze sane” anti-contestazione, si rinchiudevano in circoli misogini asessuati e anti-musica rock o, presi da sindrome cerusica, andavano a tagliare i capelli a chi sedeva sulle gradinate di piazza di Spagna.
Ma torno allo stralcio de Il Tempo che mi ha fatto sussultare sulla sedia. Viene data alle stampe una esternazione di Adriano Tilgher, allora giovin avanguardista nazionale. Tilgher avrebbe dichiarato a Rao (dopo 5-7 anni suo nipotastro “politico”) che al progetto golpe Borghese del 7 dicembre 1970 parteciparono non soltanto il “Fronte Nazionale” e “Avanguardia” di Stefano delle Chiaje, ma il movimento politico “Ordine Nuovo” di Graziani e, udite, udite, “Lotta di Popolo”…
O la sua memoria soffre di amnesie miste ad ipotesi del terzo tipo, o Adriano Tilgher mente e sa di mentire. Mettiamo qualche puntino sulle i.
A quei tempi la sua “Avanguardia nazionale” già fondata da Delle Chiaje, poi espulso dalla stessa An da Serafino Di Luja e dai fratelli Strippoli, era riemersa a Roma come residuato di “Nuova Caravella”, gruppo minoritario universitario romano che, per esempio, il 16 marzo del 1968 assistette “in blocco” (si fa per dire: guardare le foto…), dalle gradinate del rettorato ma senza muovere “paglia” (omen nomen), alla battaglia fra missini di Almirante e Caradonna e Movimento Studentesco, partecipato, invece, da militanti diventati poi di Lotta di Popolo.
Avanguardia era tuttavia molto presente nel sud, come dimostrato nella rivolta di Reggio Calabria. Il M.p.o.n. di Lello Graziani, per parte sua, era un gruppo ancora più minoritario. Senza alcun punto di forza nella capitale, se si eccettua un ritrovo al Flaminio.
Lotta di Popolo, l’O.l.p., invece, non era certo di “destra radicale”, ma di sinistra nazionale e fu partecipe fin dalle origini al Movimento Studentesco (quelli che gli avanguardisti chiamavano i “rossi”… e Il Tempo pure) e quindi mai, naturalmente, avrebbe potuto neanche pensare di partecipare al “progetto” di golpe di Borghese. Né di stare accanto ad amici di Pinochet o dei colonnelli greci. Ma a fianco all’Ira irlandese, ai palestinesi di al-Fatah e alle Pantere Nere Usa. Le esclusive ma lontane relazioni “verso destra” della nostra Olp erano con la FncRsi, l’Orologio, la Costituente, Nuova Repubblica. Mentre avevamo quali alleati Giovane Europa e il Movimento Studentesco d’Avanguardia.
Lo afferma a nome di tutti i sopravvissuti di quel vertice del Ms il sottoscritto: uno dei sei responsabili nazionali di un movimento radicale, progressista, antiamericano. Quella notte dell’11 settembre in viaggio tra Potenza e Roma con un pacco di “volantoni” che attaccavano – già a quei tempi… – l’amerikano Pannella, “strumento di lobbies liberalcapitaliste”.
Ecco: le masturbazioni sui vari possibili golpe da attuare in Italia le avevamo lasciate ieri e le lasciamo anche oggi ai vari Tilgher & Soprastanti.
u.g.
A proposito delle succitate “masturbazioni” mentali, mi sono dimenticato di dire, che non sono mie, ma sono apparse sul sito denominato “Sinistra Nazionale”, a firma di un non meglio precisato u.g.,tuttavia le trovo interessanti assai.
Caro Nicola,ogni tanto mi faccio vivo quando leggo di cose che conosco direttamente. Sulla lettera di Tommaso Staiti leggo di Tazio Poltronieri e di Dantini e degli altri che Staiti dice di non conoscere. Io questi altri li ho conosciuti a Verona verso la fine degli anni ‘50 e i loro nomi sono Luciano Rolando, allora attivista del MSI come tutti gli altr, Maurizio Perito, Franco Panizza.
Tutti di famiglia borghese e “patrioti”- come si diceva allora - e giovani camerati.
Dantini non l’ho conosciuto e non so chi sia, ma Tazio Poltronieri era il capo del settore giovanile del MSI di Verona.
Qualche anno dopo furono rinviati a giudizio per aver partecipato agli attentati in Austria in risposta agli attentati dei terroristi altoatesini in Italia e a Verona in particolare. Io ho assistito al processo presso il tribunale di Verona perchè uno degli avvocati del collegio di difesa era l’avv. Angelo Savoia, allora segretario federale del MSI di Verona, (un altro avvocato era il prof. Devoto, luminare del foro di Verona) che mi aveva chiesto di dargli una mano per il riordino degli atti processuali. Con i “veronesi” era stato rinviato a giudizio un certo Massara, che alla fine si beccò nove anni,mentre gli altri vennero condannati a un anno cadauno.
Al processo non si presentò nessuno degli imputati,Rolando, Panizza e Perito si erano rifugiati all’estero (in Sudafrica e in Spagna), Poltronieri non lo so o non lo ricordo.
Ricordo però che si parlava di aiuti dei servizi segreti dei carabinieri e che gli imputati disponevano per la missione di una FIAT 1100 con il portabagagli e i serbatoio della benzina modificato per nascondere l’esplosivo.
Mi sembra esagerato affermare che questo episodio sia l’inizio della strategia della tensione, a mio parere si trattò di una operazione pensata all’interno del SIFAR nel quadro di una risposta dell’Italia a una serie di attacchi ai carabinieri di servizio in Alto Adige, risposta che non poteva essere data se non in termini di operazioni non convenzionali affidate ad “amici”.
Grazie per l’ospitalità.
Ciao Ernesto, grazie per la tua preziosa e interessante testimonianza. A presto.
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La lettera aperta di Tomaso Staiti a due leader della destra radicale come Maurizio Murelli e Gabriele Adinolfi, mi sembra un documento vero, sincero, doloroso, ma di una importanza secondo me straordinaria.
Spero che gli amici di ‘ormediletture’, cosi’ come quelli di cuorineri.it (ma anche quelli di http://www.vivamafarka.com e chiunque altro) gli attribuiscano l’importanza e il valore che merita ed avviino un dibattito ricco di spunti e di riflessioni.